di Xenia Gea Rinaldi e Fabrizia Todaro
In occasione dello IAB Forum, tra i tanti ospiti presenti alla plenaria, Marco Montemagno ha intervistato la giovane star del web, Fabio Rovazzi, cercando di rispondere subito ad una domanda: chi è Fabio Rovazzi?
Oggi i suoi video hanno milioni di views su YouTube, ma lui è partito dal basso. Dopo aver lasciato il liceo artistico ha iniziato la carriera di videomaker e solo successivamente ha cominciato a conoscere personalità di spicco del web e ha iniziato a proporre loro delle idee. Alcuni produttori hanno capito che le sue idee erano vincenti, ma ben presto Rovazzi si è chiesto quale fosse il modo migliore per tutelare i suoi progetti ed è arrivato a una soluzione: provare a interpretarle lui stesso.
Autore di video virali, il fenomeno del web Fabio Rovazzi spiega che non esistono regole per raggiungere la “viralità”.

Un video virale è un esperimento, è il tentativo di uscire dal tracciato, di fare una cosa fuori dal coro. Oggi il mondo del web è abituato a vedere tante cose diverse, quindi per farsi notare è necessario osare. In un mondo in cui la saturazione delle idee regna sovrana e la soglia dell’attenzione rasenta lo zero, avere l’idea che funzioni è molto difficile.
Rovazzi suggerisce di creare un concept inattaccabile, che funzioni a trecentosessanta gradi, che possa prevenire le domande e le critiche. Quando lui scrive una storia, pensa a mettersi nei panni di chiunque possa guardarla attraverso i suoi video, che sia un barista, una nonna, un ragazzino o l’italiano medio. Rovazzi è in grado di avere il controllo su tutto il processo di creazione di un video, perché è lui che scrive e produce le sue canzoni e i suoi video.
Se è vero che non ci sono delle regole a cui attenersi, sicuramente si può far qualcosa per favorire la “viralità”: coinvolgere personalità particolari del web, decontestualizzarle e, soprattutto, usare molta autoironia.
Rovazzi ha osato e ci è riuscito. E se un video come Volare ha raggiunto una tale popolarità, è stato non solo per lo storytelling che è stato creato, ma anche e soprattutto grazie all’autoironia che un personaggio come Gianni Morandi ha dimostrato di avere.
In Italia purtroppo lo strumento dell’autoironia sul web è ancora poco usato, mentre all’estero è riconosciuto come potentissimo.
Per un’azienda creare un video che possa diventare virale non è semplice, sia perché deve cercare di mantenere la propria identità sia perché non tutti i brand possono permettersi di girare un video virale, quindi di osare.
Un’altra questione che Rovazzi vuole affrontare è relativa al product placement. Spesso gli viene chiesto dai brand di inserire nei suoi video alcuni prodotti per pubblicità a scopo commerciali (con determinate inquadrature o close-up di vari secondi). Lui crede che le aziende dovrebbero essere flessibili riguardo al product placement e la cosa importante per lui è che questa forma di pubblicità sia fatta in maniera intelligente, occultando il prodotto o al contrario palesandolo volutamente; ed è il caso di Rovazzi stesso che lo ha saputo fare inserendo dei prodotti Lavazza, Motta e HP nel suo ultimo video, Volare.
Il product placement è un terreno delicato, perché gli utenti si sentono “truffati” quando si accorgono degli inserimenti dei prodotti e per questo va trattato con attenzione. Rovazzi afferma che i brand devono instaurare un rapporto di collaborazione con il creator, cercando di far entrare il prodotto in simbiosi con quella che è l’idea creativa, e non viceversa.
Riguardo la produzione di contenuti, Rovazzi racconta il suo punto di vista: in un’era di content marketing, non è molto avvezzo ai post di contenuti fissi: essere presente con appuntamenti giornalieri o settimanali abituerebbe gli utenti alla sua presenza e quegli stessi utenti non avrebbero curiosità di andare a vederlo in un’altra veste o su un’altra piattaforma. Lui preferisce piuttosto sparire per lunghi periodi e riapparire solo se convinto di avere un contenuto di qualità da offrire.
Inoltre, ama sperimentare. Al momento, infatti, si sta dedicando per la prima volta al mondo del cinema.
Un’ultima considerazione che Fabio Rovazzi propone riguarda i linguaggi delle piattaforme: ogni piattaforma (Internet, la tv, il cinema) ha propri mezzi e un differente linguaggio. Un errore grande e piuttosto comune è quello di usare lo stesso linguaggio su diverse piattaforme quando invece, l’abilità sta nel sapere cambiare il proprio linguaggio a seconda del tipo di piattaforma che si usa.
E Rovazzi l’ha capito benissimo.
