Grazie alla Professoressa Patrizia Musso – docente del corso in “Forme e strategie della comunicazione digitale” – è stato nostro ospite Alberto Vottero, E-Commerce & Digital Client Manager, presso Triboo Digitale. Ecco cosa ci ha raccontato.
Gli acquisti online crescono in Italia a doppia cifra dal 2009, superando quota 13 miliardi a fine 2014, aumentando del 17% rispetto all’anno precedente. In tre anni il numero di acquirenti è passato da 9 a oltre 16 milioni, 11 milioni dei quali acquirenti assidui, responsabili dell’88% del giro d’affari.
Sono questi i primi numeri presentati nella quarta rilevazione trimestrale di fine gennaio dal titolo “Net Retail – Il ruolo del digitale negli acquisti degli italiani”, realizzata da Netcomm con il supporto di Human Highway e in partnership con Banzai, Postecom e QVC, all’interno della quale vengono indagate le caratteristiche degli acquisti online.
Per primo emerge che gli acquisti di servizi e beni gitali, quali prodotti di viaggi e turismo, dell’elettronica e i servizi assicurativi, sono maggiori rispetto a quelli per i bene fisici, abbigliamento e accessori soprattutto, anche se, analizzando il valore delle due categorie, la frequenza di acquisto di prodotti fisici cresce a un ritmo superiore rispetto a quanto avviene per i servizi e i beni digitali.
Altro dato interessante riguarda il profilo di età degli acquirenti online: molto più giovane della media della popolazione italiana, si concentra nelle fasce centrali di età (25-44 anni). Per lo più parliamo dei consumatori abituali, concentrati per la maggior parte nei grandi centri urbani (al crescere della dimensione del centro di residenza cresce la concentrazione di acquirenti online nella popolazione), mentre gli acquirenti sporadici sono più numerosi nella fascia di 55 anni e oltre.
Ma quante sono le imprese che vendono online? Stando ai dati di un’altra survey “E-commerce: scenario di riferimento e quadro normativo: proposte, indicazioni e priorità per uno sviluppo sostenibile” presentata sempre da Netcomm presso la Camera dei Deputati lo scorso 20 febbraio, la percentuale totale di imprese che vendono online si aggira attorno al 4%. La percentuale, visto l’aumento gli acquisti online, sembra essere comunque in crescita. Roberto Liscia Presidente di Netcomm descrivendo il trend afferma: “Stiamo, finalmente, assistendo a un forte interesse delle imprese, in particolare del Made in Italy e della grande distribuzione, che si sono rese conto delle grandi opportunità che il digitale può offrire in un momento in cui i fattori recessivi stanno mettendo in discussione i modelli di business e di vendita tradizionali. Il ritardo, malgrado i fattori positivi che stiamo osservando, però, rimane e l’Italia è ultima in quasi tutte le classifiche su tutti i fattori che condizionano lo sviluppo”. A frenare e ostacolare la scelta per le imprese di vendere online sui mercati nazionali e globali, sono vincoli di natura fiscale, legislativa e legati al profilo dei pagamenti elettronici. Per questo motivo Netcomm, e gli studi associati CBM & Partners Studio Legale, CleverAdvice e Taxmen.eu., hanno elaborato e presentato “E-commerce: scenario di riferimento e quadro normativo: proposte, indicazioni e priorità per uno sviluppo sostenibile”, un secondo documento che ha cercato di individuare alcuni limiti dell’attuale legislazione europea sulle attività imprenditoriali svolte in rete, elaborando alcune proposte volte ad eliminarli o, perlomeno, ridurli.
Ma quanto è l’effettivo valore, a parte economico, che può apportare un e-commerce ai brand? Ne abbiamo parlato con Alberto Vottero, E-Commerce & Digital Client Manager, presso Triboo Digitale, l’area di Triboo che offre ai propri clienti un servizio completo e flessibile di piena gestione e-commerce in outsourcing. Questa parte digitale, insieme a quella editoriale, completa l’anima dell’impresa, nello specifico collaborando per definire piani strategici di e-commerce ma anche fornendo servizi di interaction design e web marketing (piano media, social media, SEM, SEO).
Sicuramente, come nel caso del brand Coccinelle, avere un e-commerce è un modo per comunicare la personalità e la filosofia del brand. Un vero e proprio di mezzo di comunicazione personalizzato attraverso il quale arrivare ai consumatori. Un proprio e-commerce produce valore in secondo luogo perché va incontro alle esigenze della clientela che vuole sentirsi coinvolta, come nel caso ToysCenter. Fatto cento il numero totale di visitatori di un e-commerce, e presupponendo che solo uno di questi finalizzi il processo di acquisto, siamo comunque sicuri che tutti e cento siano entrati in contatto il brand. Anche se restano importantissimi i tassi di conversione, ai proprietari di un e-commerce la piattaforma serve soprattutto a comprare il cliente, contattandolo e fidelizzandolo.
Sono queste le ragioni che spingono i brand a scegliere di aprire un proprio e-commerce piuttosto che affidarsi a un Marketplace. Infatti, se da una parte è vero che questi ultimi vendono molto più grazie al loro approccio promozionale estremo e alla profondità del loro catalogo, dall’altra hanno un impatto devastante sui brand perché non possono permettersi di dare valore a qualche marca in particolare rischiando e perderne delle altre e perché il concept di un Marketplace è più vicino a quello di un “warehouse” che di un “e-retail”.
Le aziende sapranno cogliere la grande opportunità di questo mercato in crescita?
