Si dice che passiamo un terzo della nostra vita a dormire. Nel mio caso gran parte del tempo libero – e dei tempi morti tra un impegno e l’altro – è destinato all’ascolto di musica in streaming, probabilmente più del tempo che dedico al cuscino. Da tempo fedele utente premium di Spotify, ho assistito con interesse al workshop tenuto da Marco Bertozzi, Vice President di Spotify Europe, a IAB Forum.

Spotify venne lanciato ufficialmente nel 2008. Da allora la piattaforma è in costante evoluzione: viene plasmata, versione dopo versione, ascoltando le esigenze ed osservando il comportamento dei propri utenti. Il prossimo passo sarà creare un ambiente digitale all’interno del quale l’esperienza di fruizione della musica sia simile a quella del mondo offline.
Per riuscire ad adattarsi così efficacemente alle nostre esigenze, Spotify monitora dettagliatamente il nostro user behavior: dal numero di tracce skippate, alla tipologia e alla lunghezza delle playlist che creiamo. Divora dati su dati per creare un contenuto sempre più in linea con quello che è il music consumer di oggi.
La musica, però, non è un bene qualunque: essa accompagna momenti diversi della nostra vita e della nostra quotidianità. «Pensate a quando vi sentite giù o a quando siete felici, a quando vi allenate: la musica è un complemento di tutto ciò che facciamo e di tutte le emozioni che ne derivano». Non è difficile immaginare, quindi, che le nostre azioni su Spotify possano rivelare molto di più sul nostro conto che i nostri meri gusti musicali. Tutto ciò si può riassumere con il concetto Music is a mirror.
Il contenuto pubblicato sui social media è sempre in qualche modo filtrato: ciò che postiamo ci identifica, scegliamo quindi con cura come vogliamo apparire agli occhi dei followers. «Quando si tratta di musica, invece, siamo molto più onesti, più sinceri». Proprio per questo le nostre playlist raccontano chi siamo in modo molto più realistico rispetto ai nostri profili social.
Ma i brani che scegliamo per la corsa della domenica non sono l’unico dato a disposizione di Spotify: dalla frequenza di accessi settimanali, al grado di interazione con gli altri utenti il colosso dello streaming audio può contare su una quantità (e una qualità) di dati di profilazione a dir poco notevoli. Si parla di centinaia di miliardi di data points ogni giorno.
«Tutte le volte che mandiamo avanti una canzone, la riascoltiamo, la salviamo in una playlist, ma anche ogni volta che alziamo o abbassiamo il volume» stiamo producendo un’enorme quantità di dati utilissimi per la realizzazione di un prodotto sempre più tailor-made sia nei confronti dello user, che degli advertisers che decidono di usare Spotify come piattaforma di comunicazione. È importante sottolineare che chi sceglie questo tipo di advertising può contare su un mezzo dotato di un’estrema ubiquità: l’applicazione gira non solo su desktop e mobile, ma anche su Smart TV, nelle auto e di recente è approdata sugli elettrodomestici di ultima generazione. «Si potrebbe dire che le persone passino più tempo con Spotify che con qualunque altro singolo brand».
Per ottimizzare la user experience, inoltre, sono stati introdotti dei nuovi formati di native video che permettono di integrare perfettamente il contenuto sponsorizzato con l’ambiente dell’applicazione.
«In un mondo nel quale si mettono spesso in dubbio la qualità e la viewability del digital advertising, vogliamo che le persone capiscano che Spotify offre un ambiente estremamente brand-safe, direi il più sicuro spazio digitale in assoluto per i brand.»
Bertozzi conclude il workshop con un prezioso tip: provate a digitare spotify.me nel vostro browser, attraverso Understanding people through music, una ricerca che mette in relazione i dati sullo streaming con quelli relativi al comportamento offline degli utenti, potrete ottenere informazioni utili sulla vostra audience.
Avrete anche accesso ad una serie di insights sul vostro comportamento da utente. Tranquilli, sarete voi a decidere se condividere con gli amici quante volte avete ascoltato Baby One More Time.

