The Ripples Agency |Your CV is not your personal brand

C’è stato un momento, verso la chiusura di Intersections 2025, in cui la sala si è illuminata, non di luci o di slide, ma di consapevolezze. Era l’ultimo workshop, il più intimo, quello che Susan Van Deth, co-fondatrice di Ripples Agency e responsabile del Personal Branding, ha dedicato non ai brand, non alle aziende, ma alle persone. A noi.

“Your CV is not your personal brand”, ha detto con la fermezza di chi ha imparato quella lezione sulla propria pelle. Sin dai primi minuti, il suo carisma ha catturato completamente l’attenzione: parlava con autenticità, con ironia e una passione che si sentiva vera.

“Your brand is what people say about you when you’re not in the room” ha continuato. Non è solo una frase d’effetto, è la chiave di tutto il suo discorso. Quante volte ci concentriamo esclusivamente sulle competenze tecniche e sul voler essere “i migliori”? Eppure, ci ha ricordato Susan, la metà del nostro successo non dipende da ciò che sappiamo fare, ma da come lo raccontiamo. È questo il potere del personal branding: creare il racconto che gli altri faranno di noi quando non siamo presenti.

Per Susan, costruire un personal brand è come progettare una casa: la tua storia è la pianta, lo storytelling è l’arredamento e l’attivazione è l’invito ad aprire la porta e accogliere le persone dentro.

Si è soffermata a lungo sull’importanza dello storytelling. Secondo lei, quando qualcuno ti chiede “Di cosa ti occupi?”, non devi rispondere con un titolo di lavoro – quello lo possono leggere su LinkedIn. Racconta invece una storia, qualcosa che sorprenda, che lasci il segno e ti renda memorabile.

Per aiutarci a farlo, ci ha invitati a scrivere il nostro racconto seguendo i sette building blocks:

  • Essere divertenti e inaspettati
  • Essere riconoscibili per il proprio pubblico
  • Mostrare i propri tratti positivi
  • Trasmettere fiducia
  • Parlare dei propri obiettivi futuri
  • Essere autentici nella vulnerabilità
  • Creare empatia e connessione

Ma non basta una sola versione: bisogna prepararne molte, per le diverse occasioni – una per un business meeting, una per un aperitivo, una per una conversazione informale, una per un elevator pitch. Ogni contesto richiede un linguaggio e un tono diversi, ma l’essenza deve restare la stessa.

Poi, con grande naturalezza, Susan ha affrontato uno dei temi più difficili: la sindrome dell’impostore, quel pink elephant che aleggia silenzioso nella mente di tanti di noi. Ne ha descritte cinque forme: il perfezionista, l’esperto, il solitario, il genio naturale e il superumano. Il primo passo per superarla? Riconoscerla.

Il tempo previsto per il workshop era di trenta minuti. Tuttavia, quando l’orologio ha segnato la fine, nessuno si è mosso. Tutti volevamo restare, fare domande e condividere pensieri. L’evento si è protratto ben oltre l’orario stabilito, eppure nessuno lasciava la sala: eravamo tutti rapiti da lei, dalla sua energia contagiosa, dalla sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di autentico.

In un mondo in cui si parla continuamente di brand awareness e engagement, Susan Van Deth ci ha ricordato che il brand più importante che costruiremo mai è il nostro. E non si misura in follower, ma in connessioni reali.


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