In occasione dell’edizione Fuori geco 2013, Legacoop Lombardia e Lama Development & Cooperation hanno organizzato Martedì 12 novembre 2013 in collaborazione con Impact Hub Milano, un incontro volto ad ampliare il dibattito sulla relazione tra New media, informazione e potere. Hanno partecipato alla discussione: Jacopo Tondelli – giornalista e fondatore de Linkiesta-, Luca Bernareggi – presidente Legacoop Lombardia-, Frieda Brioschi – presidente di Wikimedia Italia-, Carlo Freccero – manager e editore televisivo-, Alberto Crepaldi – giornalista per Il Fatto Quotidiano e fondatore de Il Calibro– e Alessandra Ghisleri –Euromedia Research- I nostri studenti Andrea Manacchini, Marvi Santamaria e Cinzia Marianne Vasilache erano lì per noi e ci raccontano, attraverso tre punti di vista diversi, la serata.
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L’eterogeneità dei background culturali e professionali dei relatori ha permesso di analizzare la questione sotto più punti di vista, contribuendo a fornire una visione di insieme ricca di spunti di riflessione.
L’intento primario dell’evento era proprio quello di discutere e fornire strumenti di riflessione per capire in che modo l’evoluzione del paradigma mediatico abbia influito sull’organizzazione e sulle strutture di potere, e quindi sulla gestione delle relative informazioni e comunicazioni.
La complessità del rapporto che intercorre tra informazione e potere è sempre stata una tematica ardua da affrontare, anche prima del web 2.0: l’avvento di tutti quegli strumenti che caratterizzano i new media poi, non ha fatto altro che rendere ancor più difficoltoso lo sviluppo di una chiave di lettura univoca, proprio perché ci troviamo di fronte ad uno scenario altamente variegato e dalle mille sfaccettature.
Jacopo Tondelli ha esordito dicendo che la rete ha un suo peso, nel senso che costituisce un ambito che non può essere direttamente gestito e controllato da logiche verticali, in virtù della sua natura basata sulla partecipazione attiva degli utenti.
Tuttavia, come asseriva Freccero, le informazioni che circolano su internet sembrano muoversi secondo le dinamiche tipiche della tv generalista, proponendo quindi una comunicazione filtrata che, di fatto, mortifica le infinite potenzialità che la rete potrebbe offrire.
Dunque, la mancanza di un cambiamento di approccio ha creato una spessa coltre di diffidenza da parte degli utenti, che molto spesso si ritrovano a dover fruire informazioni travisate e rimaneggiate.
A tal proposito Alberto Crepaldi affermava l’assoluta esigenza dell’utilizzo di un linguaggio di verità -raramente adottato in Italia- che possa aiutare ad acquisire consapevolezza sulle reali problematiche della gestione politica ed economica del nostro paese. A peggiorare la situazione poi, c’è l’atteggiamento egocentrico adottato dagli utenti -tipico dei social-, che fa perdere di vista quelle che dovrebbero essere tematiche di importanza primaria.
Il giornalista ha espresso quindi, un profondo rammarico nei confronti dei “vecchi”, ma anche dei nuovi media proprio perché non contribuiscono a riflettere sui grandi temi ed in genere, a fornire un quadro critico del difficile periodo di crisi che l’Italia sta attraversando.
Traspare un certo pessimismo nella frase conclusiva del suo discorso, in cui Crepaldi afferma: “Il rapporto tra informazione e potere cambierà solo nel momento in cui, i nuovi media riusciranno a comunicare e quindi a parlare davvero.”
Cinzia Maria Vasilache
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Sentiamo spesso parlare con toni entusiastici di quanto i new media abbiano dato vita a una vera e propria rivoluzione. Una rivoluzione che ha influenzato in maniera profonda e irreversibile le abitudini e i comportamenti comunicativi dei cittadini e dei loro rappresentanti politici. Viene da chiedersi però se in Italia l’avvento dei new media abbia realmente avuto questa influenza sulle strutture del potere. Davvero stiamo andando incontro a una nuova concezione di democrazia, le cui dinamiche sono oramai legate a doppio filo a quelle della rete, o semplicemente i vecchi apparati del potere stanno cercando di utilizzare le nuove tecnologie per mantenere la propria supremazia comunicativa, alimentando la famosa “spirale del silenzio”, già teorizzata negli anni ’70 da Elisabeth Noelle-Neumann e riferita alle dinamiche dei media tradizionali?
Quello che viene dipinto dagli ospiti di Impact Hub – soprattutto da Carlo Freccero e Alberto Crepaldi – è un ritratto a tinte fosche. Il ritratto di un’Italia come sempre in ritardo sui tempi, ancora plasmata dalle dinamiche della TV generalista e che da questa riprende vecchi schemi cercando di applicarli, con risultati a volte grotteschi, anche a new media e social
network. Si ha la sensazione che la classe politica, sia per ragioni anagrafiche, sia per scarsa conoscenza del mezzo, ragioni ancora in termini di dinamiche broadcast dove il singolo si rapporta in maniera univoca a milioni di utenti, ignorando completamente l’orizzontalità del rapporto one to one tipico dei social media.
Lo stesso successo del Movimento 5 Stelle alle politiche del 2013 può essere inscritto in tale fenomeno: un leader carismatico, la cui notorietà nasce proprio in TV, e che di quest’ultima conosce benissimo i meccanismi, esportati e riadattati con successo sulla rete ma anche in buona parte offline, durante i comizi.
L’aspetto che più si tende a sottovalutare in Italia è però la qualità dell’informazione veicolata dalla rete, influenzata dal peculiare contesto socio-politico del nostro paese. Assistiamo infatti a un aumento esponenziale degli attori coinvolti e dei flussi di informazione creata ma proprio questa sovrabbondanza rende spesso difficile, se non impossibile, darne una valutazione in termine di qualità. Da una parte si assiste alla moltiplicazione di contenuti amatoriali, spesso poco curati e le cui fonti non vengono verificate, dall’altra i professionisti dell’editoria online, quelli che potrebbero affrontare con autorevolezza certe tematiche e approfondirle, non possono o non vogliono farlo a causa di un’ingerenza ancora molto forte della politica sull’informazione. Il rischio è quindi quello che i social media finiscano per provocare più danni che benefici e solo quando cambierà questo atteggiamento generale la politica in Italia sarà veramente influenzata dalla rete e non si assisterà solamente ad iniziative di grande successo nel breve periodo ma destinate a perdere presto efficacia.
Antidoto comune per tutti gli ospiti del dibattito è la centralità della produzione culturale e il valore del capitale intellettuale, troppo spesso squalificati dalle dinamiche della rete, e che invece devono essere la principale discriminante nella produzione di un’informazione autorevole che sia veramente efficace e permetta di distinguere facilmente un prodotto editoriale di indiscutibile valore da uno scadente.
Andrea Manacchini
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Una sorta di leitmotiv del dibattito intorno a “New media, informazione e potere” tenutosi lo scorso 12 novembre a Milano nella cornice di Impact Hub, è che il tv-centrismo continua a giocare un ruolo fondamentale nel determinare un approccio “retrò” della politica italiana ai new media. Come afferma Alessandra Ghisleri, «ci troviamo di fronte ai new media con una old school». Secondo Carlo Freccero il quadro politico italiano soffre di una sindrome da “ritorno” dovuta alla paura del futuro: c’è una sorta di «schiuma che non ha un catalizzatore», un’«aria di perbenismo, ripetizione, stantio», tant’è che egli chiude con un significativo «per il futuro io sono pessimista, grazie».
Di fatto, la TV in Italia rimane un importante canale d’informazione oltre a Internet: come ricorda la Ghisleri, le ultime elezioni politiche si sono svolte tramite una massiccia campagna mediatica giocata sul ring televisivo e mirata a centrare un certo target di potenziali elettori. Il tv-centrismo è un fenomeno così presente nel nostro Paese che Internet stessa ne viene influenzata: come afferma Freccero, la Rete in Italia si struttura secondo le logiche della TV generalista e ne è dimostrazione il fenomeno-Grillo, che col suo blog «ha dato l’illusione che chiunque, normale, possa parlare» (Ghisleri). Il cortocircuito tra TV e Web nasce dal fatto che la televisione italiana ripropone modelli vecchi (si pensi al successo delle fiction) e, come prosegue Freccero, siccome essa «plasma l’immaginazione, la nostra rimane un’immaginazione degli anni ’90». «Siamo tutti figli della ruota della fortuna!», conclude ancora a effetto, «Siamo tutti lì ancora a girare la ruota…».

Si capisce allora come si venga a creare in Italia una sorta di manage a trois vizioso e non virtuoso tra televisione, Internet e potere. C’è un quarto attore che se vogliamo è il comun denominatore tra i tre: l’informazione. Il medium televisivo in Italia ha finito per influenzare il mondo dell’informazione: la logica generalista, dove a imperare è il “gossip”, ha plasmato le versioni online delle testate giornalistiche e infatti, come nota ancora Freccero, un elemento ricorrente in questi siti web è la “striscetta laterale” che riporta notizie di pettegolezzo.
Delle parole di speranza vengono invece da Frieda Brioschi (Wikimedia Italia) che sottolinea sì come la logica televisiva generalista abbia influenzato l’edizione italiana di Wikipedia (molte voci sono mutuate dall’universo televisivo) ma «per fortuna la TV non è l’unica fonte». Come afferma Simona Zanette nel pamphlet IAB 2012, l’Italia è un paese notoriamente “tv-centrico”: stando all’analisi AGCOM 2010, in Italia il settore pubblicitario ha un fatturato inferiore a quello televisivo; secondo la relazione AGCOM 2013, poi, i media tradizionali, e in particolare la televisione, rappresentano ancora le fonti di intrattenimento e di informazione prevalenti per i cittadini italiani. Nonostante la crisi economica e il tv-centrismo, però, si registra una controtendenza di crescita del settore Internet, che nel 2012 ha registrato un aumento di oltre il 10%. Internet si configura così come «una delle poche leve che il Paese ha per superare la crisi» (Zanette).
Maria Vittoria Santamaria

