di Giorgia Fontana e Chiara Alessandro
Il 26 Ottobre 2015 ospite del corso del Prof. Bruno Lamborghini, Norberto Patrignani, docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ci parla di sviluppo sostenibile nell’era digitale.
Dopo lo sviluppo sostenibile e la green economy, la scena delle politiche ambientali europee è stata rubata, da qualche anno, dalla cosiddetta Circular Economy, l’economia circolare. Il fine di questa nuova frontiera della sostenibilità è quello di dare vita ad un’economia capace di rigenerarsi da sola e di ridurre l’ammonto di rifiuti nelle discariche.
Ma qual è l’evoluzione che ha portato alla nascita della Circular Economy?
Il primo tentativo ufficiale di avvicinare l’opinione pubblica al tema del rispetto dell’ambiente risale alla Conferenza di Stoccolma del 1972, con la quale l’Assemblea Generale della Nazioni Unite riconobbe l’influenza che i problemi ambientali esercitano sullo standard di vita. Questo evento segnò la data di inizio di un percorso che oggi, oltre quarant’anni dopo, si trova ancora in una fase quasi embrionale.

In seguito ad una drammatica lista di disastri ambientali – Bhopal nell’84, Chernobyl nell’86, Essex Valdez nell’89, fino ad arrivare agli esempi più recenti, come Fukushima- iniziò a farsi strada nel mondo dell’impresa l’idea che, per migliorare la propria reputazione, occorresse affermarsi come organizzazioni socialmente ed eticamente responsabili, e attente all’ambiente. Il concetto di sostenibilità ruota, appunto, attorno a questo cardine: garantire uno sviluppo sostenibile significa soddisfare i bisogni del presente, senza per questo compromettere la possibilità di assolvere a quelli del futuro.
In seguito alla Conferenza di Stoccolma, altri documenti autorevoli diedero impulso all’evoluzione della CSR. Nel 1992 la Conferenza Mondiale di Rio De Janeiro su Ambiente e Sviluppo gettò le basi per la realizzazione di molti trattati a difesa dell’ambiente, tra cui il protocollo di Kyoto, sulla lotta ai cambiamenti climatici. Dieci anni dopo, fu poi la volta del Secondo Vertice Mondiale Sullo Sviluppo Sostenibile, a Johannesburg.
Ma, forse, ciò che maggiormente contribuì ad avvicinare il tema dello sviluppo sostenibile alla quotidianità, ciò che permise di renderlo pop, furono, in un primo momento, le encicliche papali. A partire dal 1890, infatti, si susseguirono una serie di riflessioni che ampliarono la visione dell’impresa, allora unicamente connessa ad una dimensione economica; fino ad arrivare all’attualità, con le parole pronunciate pochi giorni fa da Papa Francesco, che affronta la questione dell’esaurimento delle risorse naturali e della necessità «di un consenso mondiale, che porti, ad esempio, a programmare un’agricoltura sostenibile e diversificata, a sviluppare forme rinnovabili e poco inquinanti di energia». Un pensiero, questo, che sottolinea il ruolo da protagonista che la tecnologia riveste, oggi, anche nella lotta al cambiamento climatico.
Tra le top 10 emerging technologies del 2015, il Word Economy Forum riporta, infatti, le macchine a idrogeno, la plastica riciclabile termoindurente, l’ingegneria genetica, la robotica e i droni, che condurranno all’era del 4.0 e alla diffusione dei sistemi robotici anche nell’ambito dello sviluppo sostenibile.
Si tratta di una rivoluzione che affonda le sue radici nella diffusione della Sharing Economy, il cui meccanismo interno, ovvero il passaggio dalla proprietà all’uso di un servizio, ricorda quello del Cloud Computing. Questo nuovo paradigma dell’economia verte sulla compresenza di tech innovation, values shift, economic realities e environmental pressures.
La domanda che ad oggi risulta più importante è: come rispondere alle pressione provenienti dall’ambiente e dal sociale?
Una risposta è reperibile nel processo della Circular Economy che permetterebbe di chiudere il ciclo, aperto con la rivoluzione industriale, riducendo l’impatto dei beni e dei servizi sull’ambiente e la società.
La Circular Economy, in questo senso, è un modello che si basa sul riutilizzo di materiali che possono rientrare nella biosfera in modo sicuro, senza generare inquinamento, allungando la vita degli oggetti, non vendendoli, ma prestandoli e riutilizzando i rifiuti. Lo scarto di un prodotto può essere vita per un altro.
Un modello basato sul consumo a catena aperta e sull’obsolescenza programmata, non ha futuro perchè le risorse del pianeta non sono illimitate. Qualunque prodotto della Circular Economy si presta a diventare product as a service. La stampante 3D, in tal senso, favorisce l’allungamento della vita di oggetti riparabili poiché, scaricando semplicemente dei file dati, permette la produzione di pezzi di ricambio in base alla necessità.
In questo scenario in continua trasformazione dobbiamo però chiederci, in quanto innovatori digitali, cosa possiamo fare.
Se la risposta più semplice è innovare, dobbiamo allora comprendere in profondità cos’è un’innovazione. È portare un’idea sul mercato, attraversando una serie di filtri e trasformandola in un servizio o prodotto concreto. Se i quattro passaggi chiave (creatività, fattibilità, prototipazione e ingegnerizzazione) non si verificano, l’idea resta invenzione senza concretizzarsi. Se questi quattro step vengono svolti correttamente, invece, si produce innovazione e si ottimizza la Human-Computer Interaction.
Completato tale processo entrano in gioco altri quattro momenti chiave coinvolti nel ciclo di vita del cliente: engage, transact, fulfill and service (ciclo ETFS). L’innovatore digitale deve eseguire tutte queste operazioni in parallelo, con un approccio multicanale, utilizzando il canale adeguato per il giusto target.
La Human-Computer Interaction risulta fondamentale per chiudere questo ciclo.
Designers want to get the right mix of
technologies to support the
activities being undertaken by
people in different
contexts.
(D.Benyon, Designing Interactive Systems, 2010)
In conclusione, quali sono le proposte concrete per chiudere il ciclo?
Slow tech è la risposta portata da Norberto Patrignani, docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Questo nuovo paradigma si basa sulla progettazione e sullo sviluppo di tecnologie buone, pulite e giuste. Buone perché incentrate sui bisogni dell’uomo e sui suoi limiti, pulite perché attente all’impatto ambientale e, nell’ottica della Circular Economy, riciclabili e, infine, giuste perché rivolte alla tutela e al rispetto dei lavoratori e delle condizioni di lavoro.
Il primo caso di studio è fairphone, un telefono interamente riciclabile prodotto da una start up olandese.
Il futuro del pianeta sta nella progettazione di tecnologie slow. Un passo avanti in questa direzione è già stato fatto con l’inserimento, da parte dell’IFIP (International Federation for Information Processing), tra le skills del computing professional, della dimensione etica per garantire che le tecnologie siano prodotte e utilizzate in modo giusto.
L’eticità, che nel mondo dell’impresa si articola sul triplice livello sociale, ambientale ed economico, rappresenta quindi la chiave per poter cambiare il futuro delle aziende, e il nostro.
