di Rachele Robustellini e Anamaria Scuderi Grofu
In quella che avrebbe potuto essere l’edizione dell’intelligenza artificiale e del machine learning IAB Italia ha deciso di dare ampio spazio a riflessioni etiche e culturali approfondendo il tema dell’umanesimo digitale. Sul tema dell’etica digitale è stato molto applaudito l’intervento di Luciano Floridi, Professore di Filosofia ed Etica dell’Informazione presso l’Università di Oxford, intervistato sul palcoscenico dello IAB Forum 2018 da Ferruccio De Bortoli, Giornalista e Presidente dell’Advisory Board di IAB Italia.
De Bortoli esordisce con una domanda: nell’era digitale ci stiamo disabituando a pensare? L’osservazione del filosofo è che paradossalmente la capacità delle nuove tecnologie di essere interattive fa in modo che ci abituino sempre di più ad essere presi per mano e guidati verso contenuti e in fine linee di pensiero che forse nemmeno ci appartengono. Il loro utilizzo rischia quindi di essere passivo tanto quanto l’utilizzo della televisione.
Non possiamo, però, fare pienamente affidamento sulle tecnologie. Guardando all’intelligenza artificiale ci si chiede se magari non le stiamo dando troppa importanza. Floridi sottolinea che i dispositivi funzionano in un determinato modo grazie alle persone che li hanno programmati: un iPhone che gioca a scacchi meglio di chiunque può farlo solo grazie ad algoritmi raffinati scritti dagli ingegneri e migliorati nel tempo, l’intelligenza del dispositivo c’entra ben poco.
De Bortoli porta all’attenzione in divario esistente tra diritti e doveri nella dimensione digitale: si amplificano i primi e si presta meno attenzione ai secondi. Secondo Floridi è una conseguenza della frenesia che ha caratterizzato la nascita del fenomeno: la possibilità di comunicare con chiunque in pochi istanti e la libertà di informarsi e di informare ha portato alla creazione di una comunità troppo entusiasta ed alcuni hanno pensato ci fossero solo lati positivi. Come in un pub, però, se tutti parlano contemporaneamente si capisce ben poco ed emerge una corruzione dei dialoghi. E’ necessario, quindi, inserire un’educazione precisa in questi sistemi.
Un punto di inizio è identificare il mondo digitale, i social media, come un ambiente fisico, per esempio un parco. Se parlo al telefono con un amico ho il diritto di potergli dire tutto ciò che voglio. Se, però, durante la conversazione mi trovo in un parco non posso esprimermi come desidero, devo tenere conto della presenza di altre persone nello stesso ambiente. I diritti e i doveri cambiano perché quella conversazione non avviene più in un ambiente privato come la propria abitazione, ma in uno pubblico.
I social media e il web andrebbero paragonati di più agli altri ambienti nei quali viviamo e definirne le regole spetta a chi ha creato l’ambiente. In un mondo ottimale e che non esiste, però, la responsabilità andrebbe condivisa tra due parti: la prima, socio-politica, deve prendere decisioni strategiche riguardanti la società, mentre la seconda, aziendale, ha la capacità di costruire l’ambiente e di implementare le regole necessarie.
Floridi sottolinea l’importanza di difendere i dati che definiscono la nostra persona e di poter scegliere con chi condividerli. Se dovessimo ragionare sui diversi utilizzi dell’aggettivo “mio” potremmo identificare tre livelli: la mia squadra del cuore (ne sono appassionato, ma non la possiedo finanziariamente), la mia automobile (la possiedo e posso impedire a chiunque di utilizzarla) e, in fine, i miei polmoni (fanno parte di me stesso, non li possiedo, quindi non li posso vendere), i dati sopracitati andrebbero considerati come questi ultimi.
Tuttavia non dobbiamo perseguire l’anonimato. In una democrazia che funziona non c’è bisogno dell’anonimato. Serve là dove è assente per assicurarsi la protezione. Per il resto abbiamo una regolazione dell’anonimato in modelli più o meno articolati. Nel mondo della ricerca si lavora e si scambiano informazioni in modo anonimo fino alla pubblicazione. Nel caso delle elezioni si conosce il voto, ma non l’identità della persona che l’ha espresso. Un modello intermedio è quello che prevede la presenza di un soggetto (un medico, un sacerdote) al quale puoi affidare informazioni, ma che è tenuto a non rivelarle.

