Shaping The Game – Alessandro Baricco

Scritto da Benedetta Barbieri e Federica Menoni

“Vi chiederei di uscire per pochi minuti da quello che è il vostro sapere quotidiano del mondo digitale, e provare con me a salire un pochino in alto e vedere cos’è successo, per poter poi tornare giù e trovare qualcosa di utile sulla base di tutto questo sapere.”

Con queste parole Alessandro Baricco apre il suo intervento durante la plenaria di IAB Forum 2019. Ci esorta a guardare dall’alto quella che è stata la rivoluzione del digitale che lui ha cercato di ripercorrere nel suo libro intitolato “The Game”. 

In particolare, ha immaginato tre mappe che identificano tre grandi stagioni della rivoluzione digitale: the Classic Era, the Era of Colonization e The Game.

Queste fasi sono caratterizzate da una serie di invenzioni che hanno rivoluzionato il mondo e lo hanno reso quello che è oggi.

Quando negli anni ’60 del secolo scorso sono stati inventati i primi personal computer, che di personal avevano ben poco, date le grandi dimensioni e gli alti costi, era impensabile che oggi ciascuno di noi potesse avere uno strumento iper-connesso costantemente a portata mano, in tutti i sensi.

Nell’era classica (1981-1998) abbiamo digitalizzato il mondo, rendendolo più liquido. Abbiamo costruito delle macchine, i computer, e le abbiamo messe in contatto tra loro attraverso internet e il web, permettendo la circolazione di idee, di informazioni, di merci. Abbiamo creato un mondo virtuale che all’epoca sembrava così lontano da quello reale da poter essere definito come un “oltre mondo”. In questo periodo, il grosso dell’umanità ha fatto esperienza del digitale attraverso i video giochi. “C’era dentro tutto il patrimonio genetico di quelli che sarebbero stati i device digitali. Noi veniamo da una sperimentazione che ha avuto nei videogiochi il fulcro, il punto centrale, il cuore.”

Nell’era della colonizzazione (1999-2007), sulla scorta del web, abbiamo iniziato a “raccogliere le cose” e, una ad una, “collocarle nell’oltre mondo” duplicandole. Il sapere attraverso Wikipedia, le immagini attraverso YouTube, e così via. Abbiamo iniziato a collocarvi parte della nostra vita e delle nostre esperienze, finché in ultimo, con l’avvento dei social, non abbiamo compiuto il passo finale e abbiamo iniziato a collocarci noi stessi. 

L’arrivo degli smartphone, con la presentazione del primo iPhone nel 2007, ha cambiato radicalmente il mondo. Oggi il “computer” è un pezzo quasi biologico del nostro corpo che è riuscito a sciogliere il confine che ancora conservavamo tra mondo e oltre mondo. Oggi non esiste quasi più una distinzione tra mondo reale e mondo virtuale. L’invenzione dello smartphone ha reso più “scivoloso”, più semplice, più veloce andare avanti e indentro tra questi due poli: quello che una volta chiamavamo mondo reale e mondo virtuale.

L’ultima stagione, quella in cui viviamo oggi, che lo scrittore chiama “The Game”, vede due mosse decisive, il mondo delle app e la smaterializzazione estrema del mondo, attraverso la smaterializzazione dei dati. Tutto questo ci ha portato sulla soglia del prossimo level up che è quello dell’intelligenza artificiale.

Se guardiamo attentamente questo tipo di civiltà ci accorgiamo della netta differenza tra questo secolo e quello precedente. E questa differenza è data soprattutto da un cambiamento radicale del sistema: siamo passati da un sistema ad alta densità a un sistema a bassissima densità.

Il XX secolo era caratterizzato da una densità estremamente elevata che consentiva lo spostamento di informazioni, di opinioni, di denaro, di persone in modo ridotto e soltanto a chi ne aveva la possibilità in termini di potere e ricchezza. Il sistema aveva una densità tale per cui la velocità di circolazione era estremante ridotta. I player del settore erano pochissimi ed erano rappresentati dalle istituzioni, come lo Stato e la Chiesa. Le informazioni provenivano soltanto dai quotidiani e dai telegiornali. Pochissimi avevano la “forza muscolare” per generare la verità dei fatti e farla circolare. Tutto era molto complicato.

Questo sistema così ad alta densità, così macchinoso, così complicato, così esclusivo, ha portato ai grandi orrori del secolo scorso. Terrorizzati da quanto era successo, abbiamo deciso di cambiare le regole del gioco, e di sportarci, pian piano, verso un sistema a bassa densità.

Oggi la produzione di informazione è immensa e il numero dei player si è moltiplicato. Chiunque può contribuire alla produzione e alla distribuzione delle informazioni, spesso anche chi non ne ha le capacità, le competenze, gli elementi necessari. Oggi ognuno di noi ha in mano uno strumento che ha la capacità di calcolo di tutti i computer europei del 1965. All’epoca, sarebbe stato impensabile dare a tutti questa possibilità. Abbiamo fatto una scelta irresponsabile, rischiosa, della quale spesso ci lamentiamo. Ma abbiamo cercato di evitare che si ricreasse un sistema esclusivo, “meglio tutti che solo alcuni, quindi anche i c*oglioni”.

All’interno di questo “game”, a cui tutti possono “giocare”, oggi prevale chi ha alcune capacità e abilità che nel secolo scorso potevano essere completamente inutili. Oggi vince chi è più “aerodinamico”. “Non è più vero, non è più bello. È più aerodinamico. Ha cioè delle caratteristiche che lo fanno rotolare all’interno del sistema a bassa densità.”

Fa parte dell’aerodinamicità una sorta imprecisione e arrotondamento degli spigoli. Oggi non vince un’informazione precisa, ma “una sorta di informazione inesatta con un cuore esatto”.

Un esempio è Greta Thunberg. Questa ragazza, più di qualunque altro scienziato, qualunque altro esperto, chiunque altro abbia fatto degli studi al riguardo e abbia dei dati concreti in mano, ha convinto i giovani a scendere nelle piazze e a protestare pacificamente al grido di “ridateci il nostro pianeta”. Non è un’esperta, non è una scienziata. Ma è giovane, fragile, imperfetta. E in questo perfettamente aerodinamica.

In questo mondo liquido, a bassa densità, in cui le informazioni circolano con facilità e velocità estreme, non vincono la concretezza, la sincerità e l’affidabilità del dato diffuso dall’esperto, ma la perfetta aerodinamicità dell’imperfezione.

Benedetta Barbieri & Federica Menoni


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