di  Matteo Ferrario e Elisa Dossena

Il protagonista della seconda giornata allo IAB Forum 2019 è stato senza dubbio Luciano Floridi, filosofo e docente di etica dell’informazione all’Università di Oxford. Intervistato da Ferruccio De Bortoli, giornalista e Presidente Advisory Board IAB Italia, il tema della discussione, un po’ fuori dagli schemi, è stata un’importante riflessione filosofica sui futuri percorsi da intraprendere e sull’impatto che il digitale, e in particolare l’IA, avranno sulla nostra società.

Uno sguardo al futuro

“Noi contemporanei non siamo in grado di capire la velocità delle innovazioni. Ho la sensazione che arriviamo sempre in ritardo”. Esordisce così De Bortoli, aprendo la strada ad un delle riflessioni più importanti di questa chiacchierata. Floridi non si fa trovare impreparato e risponde con uno dei massimi concetti espressi dagli antichi greci. Loro, infatti, descrivevano l’entrare nel futuro come un camminare all’indietro, perché l’unica cosa che si riesce a vedere è il passato. Il futuro così, sembra ci stia davanti, ma in realtà ci stiamo entrando di spalle. Per Floridi oggi la difficoltà più grande è proprio questa corsa di spalle che stiamo facendo velocissimamente. Se soltanto si riuscisse a sbirciare in avanti, (come facciamo ogni anno allo IAB Forum), riusciremmo a capire se stiamo andando nella direzione giusta. 

O è bianco, o è nero

Nell’era digitale però non esistono vie di mezzo, secondo De Bortoli. O ci piace il bianco o ci piace il nero e perdiamo così un po’ “il gusto per le sfumature”. E tutto ciò per Floridi è stancante: “Quando vado ad un qualsiasi convegno – precisa – c’è quasi sempre quella o quello che interpreta tutto il mondo alla luce del capitalismo di sorveglianza. Oppure, dall’altra parte, ci dicono che tra trent’anni l’Intelligenza Artificiale risolverà tutto”. Ma siamo sicuri? 

Purtroppo, fa notare Floridi, la cultura in cui viviamo è fatta apposta per promuovere questi estremisti: tutti pensano a fare audience, e audience si fa esprimendo concetti semplici e ripetuti. Da parte nostra abbiamo però il potere di distaccarci da questi estremismi, far notare che se il mondo ci viene raccontato ancora in termini di bianco e nero, ci stufiamo. “Dobbiamo trovare un po’ di amore per il grigio” precisa Floridi, per le cose un po’ più complicate, per queste sfumature che non siano solo bianco o solo nero. 

Educazione e sociopolitica

Un altro importante tema affrontato è quello dell’educazione all’etica digitale. De Bortoli sottolinea il fatto che ci sia in atto una grande battaglia culturale su questo tema: c’è chi sostiene che l’etica non sia sufficiente, che non basta educare.

Anche in questo caso Floridi si trova d’accordo e sottolinea ironicamente che non vuole sembrare controcorrente, ma effettivamente è così. Oltre all’educazione, per il filosofo, serve qualcos’altro. Quando noi come società sosteniamo che bisogna educare il cittadino, quello che stiamo veramente dicendo è che sostanzialmente non ci piace come sei. Floridi prende come esempio il fenomeno delle fake news: l’educazione serve a responsabilizzare, bisogna sì educare gli utenti, ma ci vogliono anche le istituzioni che controllino quello che sta avvenendo. Non possono essere il Luciano, la Maria e il Giovanni di turno a controllare quello che fa Facebook. Ci vuole una terza componente che da un punto di vista fiduciario, assicuri che le cose vanno decentemente. Quando si accende la radio o si naviga in internet, quello che arriva all’utente deve già essere abbordabile. Floridi ci ricorda quindi che dobbiamo accettare il fatto che non basta educare l’utente per risolvere il problema, ma serve una terza componente che si chiama sociopolitica.

A monte e a valle, i nemici dell’etica digitale

De Bortoli precisa poi che in fondo, apparentemente tutti sono per l’etica digitale. Ma allora chi sono i nemici da combattere? “Non siamo forse un po’ prigionieri felici e inconsapevoli di qualcuno che sta sopra di noi, che ha in mano le nostre vite? Forse ci manca il coraggio rivoluzionario di ribellarci ai giganti del web?”

Anche qui, Luciano Floridi si trova in perfetta sintonia con De Bortoli. Secondo il filosofo esistono due tipologie di nemici: quelli che stanno a monte e quelli che stanno a valle. I primi sono quelli che stanno costruendo il mondo digitale, che a volte fanno dei gran pasticci, solo per interesse personale. Poi ci sono quelli a valle, che sfruttano la rete e l’ecosistema creato dai primi. 

Quindi tra chi costruisce male e chi sfrutta, noi stiamo in mezzo. Come facciamo quindi a rettificare la situazione? Floridi propone una soluzione di per sé semplice quanto in realtà complessa nella sua realizzazione. Bisognerebbe dire ai nemici a monte che le regole sono cambiate. E siccome tutte le aziende sono razionali, se cambi le regole, di conseguenza cambieranno anche il loro comportamento. Su questo Floridi ha molta fiducia: il design delle regole sociali e legali può portare davvero ad un cambiamento radicale e positivo per noi che ci troviamo in mezzo. Di conseguenza, i nemici a valle, una volta ricostruito il sistema, dovranno cambiare il gioco perché non ci sarà più modo di sfruttare il vecchio sistema a loro piacimento. “Se si cambiano le regole del sistema, vedrai che cambia anche il gioco”. Ma come si cambiano queste regole? Floridi rimane scettico sul fatto di ridisegnare il sistema a livello nazionale, lo si fa piuttosto in Europa, che ha il potere di parlare con le aziende, dicendogli cosa fare e cosa non fare. 

Sale e filosofia

“Le materie umanistiche e le STEM (ndr. Science, Technology, Engineering and Mathematics) dovrebbero andare insieme? È vero che avremmo bisogno di meno iper-specializzati e più interpreti del cambiamento?” De Bortoli con questa doppia domanda cerca di spostare l’attenzione su una questione che è sempre stata di divisione nella nostra società. Quali sono le discipline del futuro? Esiste davvero una materia più importante delle altre?

Floridi risponde che questo problema in realtà non dovrebbe proprio esserci: nell’uniformità del sapere, passare dalla filosofia all’informatica dovrebbe essere un continuum. La filosofia – continua Floridi – da sola è come il sale: se si mangiasse soltanto sale, si andrebbe incontro a morte certa. Invece se un po’ di sale viene cosparso su altre discipline allora è tutt’altra cosa. Studiare le discipline senza barriere e senza pregiudizi è fondamentale. 

I pastori dell’era digitale

Verso la fine della chiacchierata si apre il tema al centro della questione, ovvero il rapporto che uomo e macchina avranno in futuro, sul rischio che l’Intelligenza Artificiale un giorno possa sostituisce definitivamente l’uomo.  Il lavoro, precisa Ferruccio De Bortoli, è sempre stato cittadinanza e identità. Quando un individuo lavora si sente parte di una società. Ma il lavoro del futuro darà le stesse soddisfazione? O limiterà ogni persona ad essere assistente di robot e di macchine intelligenti, con il rischio di trasformare gli individui in periferie dell’intelligenza artificiale, privi di identità?

Floridi, con un po’ di realismo, asserisce che certi lavori sono sempre stati ripetitivi e noiosi, e questi ci saranno sempre. Allora il rischio è che i lavori che troviamo oggi gratificanti, un domani spariranno? Nemmeno. Qui, con un’analogia, viene detto che è un po’ come se noi stessimo tornado ad una civiltà in cui ci si prende cura delle pecore, cioè prendersi cura di forme di capacità di agire che non sono intelligenti, ma che hanno una certa autonomia. In futuro quindi noi diventeremo pastori dell’Intelligenza Artificiale, anzi ci stiamo già avviando verso una pastorizia dell’era digitale. Ci sarà una forma quasi esaltante, quindi molto più che gratificante, nell’essere i gestori di un qualcosa di cui saremo al cento per cento responsabili, ma che mai ci sostituirà in qualche modo. 

Inoltre, il ruolo dell’essere umano non potrà mai essere messo in discussione perché “l’Intelligenza Artificiale è a zero semantica”. Con ciò Floridi ci ricorda che non c’è né significato né senso nelle cose che vengono processate dall’IA. Gli unici in grado di farlo, di dare senso e significato siamo noi essere umani. E siamo in grado di farlo proprio grazie al nostro capitale semantico, ovvero tutto ciò che ci arricchisce ogni giorno.

La democrazia dei sufficientemente scontenti

Rimane poi sempre il problema della regolamentazione e della democrazia che senza pietà viene anch’essa travolta dalla rivoluzione digitale. Ma la democrazia rappresentativa come l’abbiamo conosciuta, domanda De Bortoli, è in pericolo nell’era digitale, oppure questi strumenti ci consentiranno di essere più paritetici? 

Secondo Floridi ci troviamo in una fase di transito, che potrebbe finire bene o male. Letteralmente. La democrazia non è più come l’abbiamo vissuta in passato, ovvero di grande dedica. Inizia oggi una democrazia di costante consultazione e di poca negoziazione. Se riusciremo a fare un buon lavoro di transizione, riusciremo a trovare il modo in cui staremo tutti ad ascoltarci un po’ di più, arrivare a delle conclusioni dove nessuno è troppo scontento. Floridi non ci dice che tutti andremo d’accordo, perché una situazione del genere è tanto improbabile quanto impossibile. Piuttosto una situazione ottimale sarebbe quella in cui nessuno intorno al tavolo dice “io questa cosa proprio non la posso sopportare”: scontento sì, ma tuttavia contento, la democrazia dei sufficientemente scontenti, ma non troppo. 


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