scritto da Luca G. Meda e Sara Giovanardi
Nel corso della conferenza introduttiva alla diciottesima edizione dello IAB Forum, Valentina Sumini, architetto spaziale, ricercatrice del MIT e professoressa al politecnico di Milano, ha partecipato con un breve intervento dal titolo “Cosa impariamo nello spazio che torna utile tutti i giorni”.
Il suo contributo inizia con una panoramica sulla situazione attuale nello spazio, dov’è tutt’ora presente una sola stazione orbitante: l’International Space Station. Ci mostra com’è organizzata al suo interno, soffermandosi su quanto siano piccoli gli spazi e di conseguenza enormi i sacrifici che accettano gli astronauti. L’unica finestra che hanno sul mondo è una piccola cupola.
La parte centrale del suo intervento ruota attorno al pianeta Marte. Innanzitutto, un viaggio di andata e ritorno dal pianeta rosso richiede circa 3 anni. Inoltre, il nostro corpo è abituato ad essere sottoposto ad una certa gravità ed è quindi difficile abituarsi ad una gravità diversa. A questo si aggiunge poi il problema delle radiazioni cosmiche, in alcune zone più forti, in altre meno. La soluzione trovata è racchiusa in un algoritmo capace di ottimizzare le risorse presenti sul pianeta e creare contro queste radiazioni una sorta di scudo avente una struttura ad albero, nei quali rami fluisce l’acqua.
Questa è solo una delle invenzioni prodotte dalla “Space Architecture”, intesa come approccio multidisciplinare che mette in sinergia le idee di esperti di diverse scienze, come raffigurato nella grafica sottostante.

Al centro delle ricerche resta sempre il benessere della persona. Si è sviluppato un vero e proprio design attorno all’uomo in un’ottica di democratizzazione dello spazio, creando ad esempio nuove tute spaziali che si adattano al corpo umano, facilitando le performance dell’astronauta, andando a lanciare l’ipotesi, che oggi forse sembra azzardata, di “space tourism”.
Tornando su Marte, è stata riposta molta fiducia nel 3D printing che permette di utilizzare una sequenza di stampa senza il supporto di materiali extra a quelli già presenti sul pianeta. Certamente un approccio sostenibile.
Un’altra questione da risolvere è quella della mobilità nella microgravità: un progetto di soft-robotic ha individuato in una tuta dal design ispirato al cavalluccio marino la soluzione ottimale, utilizzando la coda per orientarsi e muoversi come i cavallucci in acqua.
Le problematiche più interessanti e importanti sono quelle relative alla coltivazione su Marte: era fondamentale trovare una soluzione per garantire agli astronauti di nutrirsi, una volta arrivati sul pianeta. La risposta della “Space Architecture” è riconducibile ad una serra autonoma, capace da sola di monitorare lo stato di salute delle piante. Per quanto riguarda il viaggio, invece, lo space food viene completamente disidratato. Inoltre, il packaging che lo contiene è ben diverso da quello che vediamo nei nostri supermercati: non è brandizzato.

L’ultima parte dell’intervento ha un’impronta più psicologica. Gli astronauti che partono per Marte sanno che staranno lontani da casa per qualche anno: come tenerli connessi col pianeta madre?
È stato ideato un portale di teletrasporto che consiste in un “uovo” di membrana traslucida, il quale regala una vera e propria esperienza sensoriale, permettendo di vedere immagini, sentire suoni e profumi della Terra.
Per concludere, tutti questi progetti per questi ambienti estremi che ci obbligano ad essere resilienti, convergono in uno solo che ritorna poi utile nella nostra quotidianità: implementare tutti gli obiettivi rivolti alla sostenibilità del nostro pianeta, la nostra astronave Terra.


