Di Agata Fenaroli e Sara Guerrini Rocco

Ha solo due zampe e sembra tagliato a metà: è l’half cat, letteralmente “mezzo gatto”, nonché uno dei tantissimi esempi di manipolazione dell’immagine in senso surreale e onirico che si trovano in rete. Simbolico di una cultura che ama l’assurdo e il nonsense, questo meme è anche la copertina che Valentina Tanni, storica dell’arte, curatrice e docente, ha scelto per il suo ultimo libro “Memestetica. Il settembre eterno dell’Arte.” Di quest’ultimo e di molte altre tematiche si è trattato nel corso dell’evento speciale “Arte, immagine e meme: come cambia il rapporto con l’immagine digitale” tenutosi la prima giornata dello Iab Forum 2020 e moderato dal giornalista, project manager e consulente Alessandro Isidoro Re.
Ma cosa sono esattamente i “meme”? Valentina Tanni li definisce come dei contenuti che diventano molto popolari in rete e che, mantenendo una cornice memetica stabile, vengono però reinterpretati di utente in utente, facendo della capacità di mutare la caratteristica principale che li differisce dai semplici contenuti virali. Una vera e propria corrente estetica che fa da ponte tra il mondo artistico e quello digitale: da una parte, un sistema strutturato e composto per lo più da critici, curatori e direttori di musei che selezionano molto attentamente le opere da inserire nel sistema d’arte ufficiale; dall’altra, un “maremagnum di creatività amatoriale” ormai inarrestabile e che partecipa alla creazione dell’immaginario collettivo.
Ci si trova quindi di fronte a una delle più evidenti applicazioni del concetto di “prosumer”, termine coniato dal sociologo americano Alvin Toffler negli anni ’80, ovvero di un utente che da semplice consumatore di contenuti si fa sempre più produttore degli stessi, contribuendo nell’insieme a modellare gli stili e i linguaggi di intere generazioni. Una così intensa tendenza alla manipolazione è senza dubbio da ricondurre alla libertà con la quale le immagini digitali oggigiorno viaggiano su internet, senza didascalie e senza contesto, per essere poi rubate e modificate da chiunque, finendo per diventare tutte molto simili fra loro. Non solo, dalla loro manipolazione si passa poi alla post-produzione e ancora oltre, verso immagini direttamente prodotte da intelligenze artificiali.

Algoritmi che, basati su di uno specifico dataset di immagini, sono in grado di produrre una figura ex-novo ed in un certo senso familiare: l’osservatore, infatti, potrebbe percepire alcuni oggetti che la compongono come conosciuti ma presto si renderebbe conto di non essere in grado di distinguerne chiaramente nemmeno uno. È questo un tentativo di avvicinamento dell’intelligenza artificiale alla realtà, alla quale non riesce però a sostituirsi, comportando la creazione di una “strana terra di mezzo, frutto dell’incontro tra l’umano e la macchina” e originando così un rompicapo per la mente umana non in grado di decifrare il contenuto che si trova davanti. Un’esperienza onirica, un’immagine tipica del dormiveglia, come ci ricorda Alessandro Isidoro Re; un sogno dai contorni ancora indefiniti che inizia a stagliarsi all’orizzonte del nostro inconscio.
Ma come si è arrivati a tutto questo? Il modo in cui concepiamo, produciamo e utilizziamo le immagini è cambiato e insieme tutto il sistema della cultura, comprese ulteriori tipologie di contenuti: musicali, letterari, cinematografici e simili. Questa rivoluzione digitale è diventata realtà nel momento in cui, anni fa, si è deciso per una sempre maggiore accessibilità alla rete e ai mezzi di produzione e distribuzione di contenuti a favore degli utenti, nell’obiettivo di raggiungere una conoscenza totale e libera, ad oggi ancora un’utopia.
Esempio di una tale apertura della rete è il concetto di “settembre eterno” di Dave Fischer, con il quale si rimanda al sottotitolo del volume, di cui sopra, recentemente pubblicato da Valentina Tanni. Una figura poetica con un profondo significato per la storia di internet, infatti, nel gennaio 1994 il già citato artista americano Dave Fischer pubblica sulla bacheca di un forum diUsenet, rete mondiale di server nata in America a inizio anni ’80, una frase per la quale passerà alla storia e nella quale si rivolge al settembre 1993 come il mese che non è mai finito. Questo perché settembre era il periodo in cui gli assidui frequentatori di Usenet, per lo più studenti universitari, vedevano le nuove matricole invadere la piattaforma, portando per lo più scompiglio, vista e considerata la loro iniziale mancata conoscenza della “netiquette”, ovvero di quelle regole non scritte della comunicazione online. Ma perché “infinito”? Successe che proprio nel 1993 America on Line (Aol), uno dei maggiori provider americani di quegli anni, decise di fornire l’accesso a Usenet potenzialmente a chiunque attraverso la vendita di abbonamenti. Così facendo, si passò dall’invasione di matricole tipica del mese di settembre, tutto sommato gestibile, ad una permanente ed incontrollabile irruzione di qualsivoglia tipologia di utente volesse far parte della piattaforma. Da qui, il concetto di un settembre eterno, che non finirà mai.

