Articolo di Marianna Montanini e Giovanni Spadola
In occasione del secondo appuntamento del seminario riguardante gli scenari delle ICT, tenuto dal Professore Bruno Lamborghini e il Professore Danilo Verga, abbiamo avuto l’occasione di confrontarci anche con il Professore Norberto Patrignani, docente di Docente di Computer Ethics alla Scuola di Dottorato del Politecnico di Torino e di ICT & Società dell’Informazione all’Università Cattolica di Milano.
Mai sprecare una crisi
Il professore Patrignani è chiamato a intervenire sulle prospettive future riguardanti gli scenari digitali, aprendo la trattazione con un’immagine suggestiva raffigurante una statua in costruzione in India. Quella mostrata, è la statua più alta del mondo con i suoi 182 metri di altezza. La fotografia proposta introduce al tema della misura e degli ordini di grandezza, con la quale Patrignani fa notare come l’attuale crisi globale sia scaturita da un’entità più che microscopica. Il virus che ha fermato il pianeta risulta dieci milioni di volte più piccolo degli esseri umani e forse non è un caso che la proporzione tra virus e uomo sia la stessa tra umano e pianeta Terra.
Cosa è possibile imparare
Durante questo periodo dobbiamo provare a valorizzare ciò che sta succedendo, senza lasciarci sfuggire un’occasione di crescita. Una delle cose più importanti che abbiamo imparato è la resilienza delle comunità e delle reti. Il concetto di resilienza è molto importante, descrivibile come la capacità di un’entità di resistere a un urto o sollecitazione estrema. Come umani stiamo affrontando un evento che sfugge al nostro controllo e dovremmo accettarlo. Accettare l’imprevedibilità dovrebbe aiutarci a cambiare anche le modalità di relazione con il pianeta: finora abbiamo pensato a scienza e tecnologia come strumenti di dominio sulla natura mentre dovremmo usare i nostri mezzi per convivere in armonia con essa, rispettandone i cicli. La crescita infinita su un pianeta è impossibile e bisogna dunque lavorare a uno sviluppo sostenibile e iniziare a pensare in un’ottica di stato stazionario globale.
Tutto quello che sta succedendo ha stimolato anche organi sovranazionali come l’Unione Europea: con l’intento di progettare uno sviluppo sostenibile per il prossimo trentennio è nato il progetto di Next Generation EU. Grandi progetti per pensare all’Europa delle e per le prossime generazioni. Un piano per un futuro migliore, che vedrà fino al 2050 tre direttrici fondamentali: la prima è la decarbonizzazione. La produzione deve uscire dal ciclo del carbonio, puntando al traguardo di emissioni zero entro trent’anni grazie all’impiego di energie rinnovabili. Il secondo tema saliente risulta la decentralizzazione della produzione energetica. La terza direttrice del piano è la digitalizzazione: gli ultimi mesi hanno visto un momento di straordinaria accelerazione della transizione digitale dei processi.
Il modello ETFS
Il modello che può condurre agli obiettivi desiderati è identificabile nell’ottimizzazione dei processi tramite il ciclo ETFS: Engage, Transact, Fullfil, Service. Il modello basato su ETFS descrive un’economia circolare, sintetizzabile come il passaggio dal possesso all’uso di oggetti e prodotti. Patrignani prevede che presto non sarà più sostenibile un modello di economia lineare, caratterizzata da obsolescenza programmata e oggetti monouso. Una testimonianza di questi nuovi modelli sono i servizi di noleggio che fondano la sharing economy. Pure l’Unione Europea si muove verso questa direzione con il right to repair, concetto grazie al quale si prevede la nascita di un nuovo mercato basato sul commercio di ricambi e servizi di riparazione.
Le imprese sopravvivranno alla mutazione del mercato grazie alla transizione al digitale che renderà possibile la riproduzione dei contenuti a costo prossimo allo zero. Il concetto di open è uno dei fondamenti della digitalizzazione: sfrutta la replicabilità illimitata e senza costi dei dati per la diffusione ed accesso gratuito. Esistono varie categorie di open data, la cui peculiarità consiste nell’accessibilità e nella libera modifica, ciò permette una grande accuratezza e precisione, grazie all’intervento di una vasta platea di interlocutori. Un chiaro esempio possono essere le open street maps.
Ecco che, dopo aver introdotto il contesto, si inizia ad approfondire l’argomento da una prospettiva che prende in considerazione i modelli di imprese. Nel modello dell’impresa in rete l’azienda esiste e sopravvive grazie alle relazioni che intrattiene. Essa è basata sul ciclo ETFS, definibile in quattro passi: engage inteso come conoscenza, contatto tra impresa e clienti; transact, quindi transazione e acquisto; fullfil, consegna di prodotti ed erogazione dei servizi; service, supporto e assistenza alla clientela. Rimane però il quesito di come chiudere il ciclo: ogni impresa in rete rientra in un ciclo ETFS molto più ampio, essendo contemporaneamente cliente e fornitore.
Digitalizzazione e dati
Facendo un altro passo avanti, ci si chiede quindi in che modo intervenga il digitale, che risulta pervasivo in tutte le fasi dei processi aziendali nella loro complessità. L’impresa si definisce multicanale, poiché ogni fase del ciclo permette al cliente una molteplicità di opzioni per entrare in contatto con l’azienda e per lo svolgimento di varie attività. Un punto chiave per il funzionamento del ciclo è la trasmissibilità dei dati, che devono essere reperibili per ogni componente dell’impresa, perciò risulta necessaria la digitalizzazione e le connessioni interne per la chiusura del ciclo.
I dati sono il nuovo strumento principale dell’impresa ma la loro mole può risultare imponente, si parla infatti spesso di big data. A causa di cifre che sfiorano lo zettabyte (1021 byte) sorge la questione di come si riuscirà a gestire una tale quantità di dati: potranno permetterselo i big tech. Solamente queste gigantesche compagnie possiedono grandi capacità di memorizzazione ed elaborazione dati, oltre che l’accesso alle risorse necessarie dal punto di vista energetico e finanziario. Si prospetta dunque uno scenario caratterizzato da elitarismo se non si troveranno degni concorrenti.
Informazioni
Il professor Patrignani fa notare come concentrandosi sui dati si rischia di confonderli con le informazioni: il dato da solo non possiede significato, necessita di contesto per essere rilevante, in quanto solamente i dati rilevanti sono classificabili come informazioni. Il processo preso a modello parte dalla rilevazione dei dati, passa per la loro conversione in informazione e termina con l’immagazzinamento di conoscenza. Si riconosce la necessità dell’intervento umano: la macchina può solo fungere da ausilio, poiché per arrivare alla conoscenza serve l’esperienza, possibile solamente tramite un corpo fisico.
Lavorando coi dati si possono riconoscere interrelazioni tra le analisi svolte, ma non tutte le correlazioni sono descrivibili tramite un rapporto di causa-effetto. Allo stesso modo, ricorda il docente, non si deve confondere la capacità di previsione tramite strumenti tecnologici con la prescrizione, ovvero il condizionamento da parte delle macchine.
“È importante saper distinguere la decisione algoritmica dal giudizio con fattore umano e ragionato: la scelta tra scegliere e decidere non è una decisione”.
Un ultimo argomento che è necessario toccare sono le normative per la tutela dei dati personali. L’Unione Europea sta elaborando norme sul concetto di habeas data, tramite la stesura del GDPR che riconosce il dato come parte dell’identità digitale dell’individuo. Tutte le organizzazioni e imprese che elaborano dati sensibili devono porre al centro dell’attenzione le persone, affrontando questioni di natura sia legale che etica.
Digitalizzazione delle imprese
Il professore Patrignani torna alla tematica della digitalizzazione per spiegarne l’essenza e i motivi per cui un’impresa dovrebbe intraprendere questo percorso. L’informatica può avere un ruolo decisivo durante il processo di decarbonizzazione e raggiungimento della sostenibilità. Oltre alla dematerializzazione delle risorse, l’informatica permette l’ottimizzazione della logistica, la creazione di smart buildings o addirittura cities grazie all’impiego di sensoristica avanzata: la digitalizzazione sta alla base della progettazione di sistemi che ottimizzano i consumi.
Nel prossimo futuro, afferma il docente, non sarà più concesso produrre surplus energetici: sarà possibile erogare l’energia solamente dove e quando richiesto e per riuscire a farlo si dovrà concretizzare l’internet delle cose. Esistono vari esempi di digitalizzazione applicata alla decarbonizzazione: il più grande impianto fotovoltaico del mondo in India utilizza per la manutenzione droni intelligenti con sistemi di riconoscimento automatizzato dei guasti, oppure la più grande installazione di turbine eoliche al mondo in Cina che impiega la AI per la rilevazione di difetti dell’impianto.
Politica economica e imprese sociali
L’intervento del docente Patrignani continua con la riflessione secondo cui, ciò che sta succedendo dovrebbe farci riesaminare le teorie secondo cui era possibile una crescita infinita e che la mano invisibile di Adam Smith da sola potesse autoregolare commercio e mercati. Tutte le convinzioni precedenti hanno portato a disequilibrio, iniquità enormi e divario socioeconomico, oltre che un immenso impatto negativo sul pianeta. Emerge la visione del mercato come collaborazione: l’economia civile che si contrappone all’economia politica; che va a sommarsi alla concezione dell’impresa con responsabilità sociale.
Con altre parole diceva Adriano Olivetti nel 1955: “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?”. La digitalizzazione e la riconversione ecologica delle imprese deve essere parte della loro mission, le conoscenze digitali si rivelano necessarie ma non più sufficienti.
A conclusione dell’esposizione del Professore Patrignani, vengono poste al docente alcune domande da parte degli studenti.
Come può l’Information Overload condizionare la corretta interpretazione e acquisizione dei dati e come possiamo eliminare il rumore di fondo per un’analisi accurata?
“Si tratta di uno dei nodi centrali degli aspetti etici della tecnologia. Al cuore del problema vi è la distanza tra la limitata abilità umana e la capacità tecnologica nell’elaborare l’informazione. L’uomo è capace di leggere tra le righe, di inserire un giudizio nel contesto, ma non sarà mai in grado di raggiungere la velocità di elaborazione che possiede una macchina. Il divario tra uomo e macchina deve essere affrontato tramite lo sviluppo di competenze, tra cui il filtraggio delle fonti, individuando i criteri di selezione così da competere con la macchina non in termini di velocità, quanto di giudizio, di contesto, di rilevanza”.
Sono questi i punti fondamentali da comprendere e attuare per un corretto utilizzo informatico: una miscela di pensiero critico, selezione delle fonti e nuove competenze che devono essere insegnate alla popolazione a partire dalla istruzione primaria.
Come deve muoversi il nostro paese nello sviluppo e nella gestione della nuova tecnologia 5G per diminuire la disparità e le distanze all’interno della popolazione?
“Stiamo vivendo una fase importantissima in cui, nonostante le grandi difficoltà dettate dalla pandemia, stiamo ridisegnando il futuro dei prossimi trent’anni. La fase di digitalizzazione e decarbonizzazione pone certamente gli altri paesi europei in una situazione di vantaggio rispetto all’Italia, fanalino di coda nel rapporto sulle competenze digitali stilato dalla Commissione Europea. L’Italia esce da un terribile trentennio di disinvestimento, e l’utilizzo del 5G da solo non ci aiuterà a colmare le disparità presenti nel nostro paese. È necessario uno sforzo combinato, fatto di investimenti in ricerca e informazione nella scuola e nell’università. Il 5G aumenterà i flussi dati ad alta velocità, tuttavia buona parte del territorio nazionale non è ancora coperta dalla banda larga. Questo rischia di trasformarsi solamente in un Technology Push che porterà verso un maggiore consumo digitale in mobilità piuttosto che colmare il digital divide per chi studia o lavora”.
Ci sono esempi di imprenditoria illuminata oggi in Italia simili al modello Olivetti?
“Senza dubbio mi viene da pensare all’idea imprenditoriale di Enrico Loccioni che si ispira molto al modello di Adriano Olivetti: l’impresa che redistribuisce il valore creato non solo agli shareholder, ma a tutti gli stakeholder e dunque alla società in generale”.
La Corporate Social Responsibility
Per Lamborghini oggi esistono molti imprenditori che, pur senza saperlo, incarnano il perfetto stile imprenditoriale olivettiano. Sul tema di etica d’impresa, va considerato il concetto di Corporate Social Responsibility (CSR), valore che per Olivetti ne costituiva l’essenza riscontrabile in tutti i rapporti, nei prodotti e perfino nel marketing.
Adriano Olivetti è stato a tutti gli effetti un precursore della CSR. Vedeva l’impresa come una comunità di persone, una visione che andava ben oltre gli obiettivi di business, ponendo le persone al centro dell’universo. A testimonianza di ciò, viene riportato il caso della seconda guerra mondiale, periodo in cui col timore di sequestro dei magazzini da parte dei tedeschi, l’azienda Olivetti affidò cinquemila macchine per scrivere ad altrettanti dipendenti, che le custodirono gelosamente nelle loro case. A guerra finita le macchine furono riconsegnate all’azienda, consentendo il riavvio dell’attività commerciale.
Cosa c’era di tanto particolare nelle fabbriche Olivetti?
Le fabbriche di Adriano Olivetti erano “fabbriche aperte”, con vetrate per guardare fuori, facenti parte del paesaggio senza snaturarlo. Fabbriche che integravano il lavoratore nel territorio, senza alienarlo. La cultura veniva diffusa attraverso corsi di formazione, corsi serali ed aiuti economici ai dipendenti per il conseguimento di diplomi e lauree.
La fabbrica diventa dunque momento inclusivo, dove il lavoratore non perde il fattore umano, ma piuttosto lo acquisisce, discutendo con i colleghi, condividendo con loro spettacoli, concerti e perfino incontri con intellettuali quali Pasolini e Moravia.
Olivetti fu precursore anche nel concetto di welfare pubblico e privato, introducendo già nei primi anni ’50 la settimana di cinque giorni lavorativi, così come il congedo di nove mesi per maternità, gli asili, la sanità, le colonie estive. Come precisa il Professor Lamborghini, le relazioni industriali venivano gestite tramite un dialogo continuo con il Consiglio di Gestione, presieduto da Adriano Olivetti in persona. La formazione dei dipendenti era costituita da un organico interdisciplinare, con figure specializzate nel campo ingegneristico, economico e umanistico. Un esempio su tutti: il poeta e due volte premio Strega Paolo Volponi, capo del personale.
“È proprio grazie alla partecipazione allo sviluppo e all’innovazione condivisa da tutti – spiega Lamborghini –che Olivetti riuscì ad aumentare del 580% la produttività, incrementando il volume delle vendite di oltre il 1000% e diventando così il maggior produttore mondiale di macchine per scrivere e macchine da calcolo stampanti”.
Parlando infine di arte e cultura, la visione olivettiana non coincideva con una forma di generico mecenatismo, quanto con progetti sviluppati internamente all’azienda e attuati in stretta sinergia con l’ambiente e le culture locali per favorire relazioni culturali tra l’impresa e i diversi paesi. Ad aiutare questo processo entrava in campo il marketing, visto non solo come mera comunicazione, ma nuovo veicolo di cultura e di creazione di valore interpersonale, aziendale e artistico.
Le connessioni tra Olivetti e Toyota: Danilo Verga
“Voglio iniziare il mio intervento ritornando al concetto di ‘finestra aperta sul mondo’ di Olivetti. Proprio su questo concetto di fabbrica vetrata che non interrompe il paesaggio, ma che ne fa un tutt’uno, Toyota aveva compreso l’importanza di guardare agli altri, di riferirsi al territorio, di guardare all’impresa non come luogo estraneo e lontano dal paesaggio, ma come facente parte di un unico disegno”. Per il Professore Danilo Verga, Toyota si dimostra impresa innovatrice anche nell’individuare il modello delle “T”, ovvero del passaggio dalla Tradizione alla Transizione. In primo luogo, si parla di transizione digitale, fattore che ancora oggi rappresenta uno degli impegni maggiormente perseguiti dall’azienda, sempre molto attenta all’ambiente, che sta sperimentando anche in Italia la tecnologia a idrogeno, soprattutto nella logistica, rendendola così sempre più smart, coesa e rispettosa dell’ambiente e delle persone.
Si passa dunque da un sistema basato sul possesso dei beni ad uno di utilizzo dei beni che comporterà una nuova modalità di sviluppo dell’impresa. In altre parole, si passa dalla vendita di prodotti e merci all’offerta di servizi, la Servitization. “Assistiamo a questi passaggi di impostazione che costituiscono un’ulteriore grande sfida per le imprese che diventano sempre meno prodotto-centriche e sempre più servizio-centriche”, afferma Verga. Cambia dunque la relazione tra azienda fornitrice e cliente. Perciò, vendendo sempre più servizi piuttosto che prodotti, il rapporto con il cliente diventerà sempre più continuo e comunicante, facendo diventare il marketing sempre più un processo di relazione.
A conclusione di questo illuminante appuntamento, vogliamo affidare al lettore le parole del Professore Danilo Verga, che conclude:
“Un infinito punto zero, un marketing della continuità che sviluppa il concetto di Katameru giapponese, ovvero la consolidazione di relazioni ad alta continuità e a lunga durata nel tempo. Il marketing è cultura, la cultura è marketing! La Servitization passa dalla customer service alla customer care, che continua a svilupparsi sino a diventare una vera e propria comunità.”

