Durante lo IAB Forum abbiamo avuto il piacere di approfondire l’argomento dell’Attention Economy con Antonella La Carpia e Antonella d’Apolito di Teads, Angela Stillo di Dentsu e Antonio Patrissi di Benetton.
Come andiamo a definire l’attenzione?
Nonostante non ci sia un sistema unificato possiamo collegarci a tre aspetti principali:
- Eyetracking = attraverso l’analisi dell’iride è possibile capire dove l’occhio è focalizzato e di conseguenza fare previsioni su quali porzioni di schermo ci si sofferma maggiormente e per quanto tempo.
- Facial coding = si analizzano in termini di volumi e qualità il sentiment dell’esperienza con la campagna pubblicitaria.
- Dati indiretti = provengono dai tassi di engagement delle campagne pubblicitarie e ci aiutano a fare delle previsioni riguardanti per quanto tempo l’utente si è dovuto focalizzare per compiere un’azione.
Passiamo perciò a definire i 4 driver a cui prestare attenzione:
- Time in View (tempo di visualizzazione) = questo fattore costituisce uno dei migliori driver dell’attenzione in quanto un tempo maggiore speso sul formato pubblicitario impatta in maniera maggiore sulla qualità di attenzione che possiamo ricavarne.
- User Choice (la scelta dell’utente) = questo driver riguarda la scelta volontaria di guardare un contenuto in maniera attentiva o distratta; a questo proposito possiamo affermare che un contenuto forzato impiega due volte il tempo per ottenere risultati rispetto a un contenuto non forzato.
- Creatività = l’interattività consente di coinvolgere maggiormente l’utente e andare quindi ad impattare quasi al 50% in più sul dwell time, ovvero il tempo speso fisicamente a guardare un determinato contenuto pubblicitario.
- Rilevanza = è noto che quanto più un contenuto risulta rilevante ai miei interessi, maggiore sarà la mia attenzione nel fruire di esso.
Alla luce di questi driver, i brand dovrebbero:
- Cercare di collaborare con i vari partner tecnologici per capire come viene misurata l’attenzione.
- Assicurarsi che la creatività sia adeguata, soprattutto nei primi secondi dell’annuncio pubblicitario, di modo da coinvolgere l’utente.
- Non avere paura di sperimentare per quanto riguarda la pianificazione su budget per l’acquisto su diverse tipologie di buying model e definire così una sorta di benchmark.
- Infine, individuare su quali KPI focalizzare l’attenzione e di conseguenza definire una mappa cronologica delle nostre campagne.
Per quanto riguarda Teads, leader globale nel mercato della pubblicità video outstream, possiamo notare che:
- Nel 75% dei contenuti pubblicitari erogati, dopo il 3° secondo l’utente continua a guardare il video.
- Nel 50% dei casi l’utente visiona metà video.
- 1/3 degli utenti guarda tutto il video.
Comparando questi dati con quelli di Facebook, quasi la totalità degli utenti di quest’ultima piattaforma non supera i 3 secondi di video o non guarda il contenuto fino alla fine, come riportato nel grafico sottostante.

Un altro aspetto fondamentale quando parliamo di attenzione è la viewability, ovvero quante volte effettivamente un messaggio viene visto. Al giorno d’oggi non è detto che un dato di viewability ci dia il reale senso e percezione di quanto un messaggio pubblicitario possa essere stato visualizzato e codificato, infatti questo parametro diventa una condizione necessaria ma non sufficiente.
Ed è proprio da qui che parte lo studio di Dentsu in collaborazione con Teads, con lo scopo di analizzare l’attenzione nella sua definizione e connotazione per arrivare alla stesura di alcune linee guida ed elementi strategici per raggiungere l’attenzione.
Su quali presupposti è basato lo studio di Dentsu?
- Sulla necessità di creare una base concreta tra i maggiori valori dell’attenzione e l’impatto positivo sul brand.
- Sul creare un modello che fosse flessibile e concretamente applicabile alle metodologie di planning cross-channel.
Quindi quanto impatta il contenuto sulla viewability?
In generale il contenuto è il cuore e deve essere pensato ad hoc, non in modo preconfezionato. Esistono quindi delle metriche, ma non delle misurazioni cross-country perché il contenuto deve comportarsi in maniera adattiva a seconda delle diverse culture.
In conclusione, lo studio ha dimostrato che l’attenzione guidata porta risultati migliori rispetto all’attenzione forzata; risulta quindi necessario e fondamentale creare contenuti ad hoc che coinvolgano l’utente in maniera attiva.
In un mondo ricco di informazioni, la ricchezza di informazioni significa una scarsità di qualcos’altro: scarsità di qualunque cosa le informazioni consumino. […] Quindi una ricchezza di informazioni crea una povertà di attenzione.
Simon Herbert
Articolo di Elisa Gamberini e Stefano Mariani

