Quando l’intelligenza artificiale incontra l’artigianalità creativa.
Durante Intersections 2025, Triplesense ha portato sul palco una riflessione che ribalta un pregiudizio diffuso: l’intelligenza artificiale non è solo efficienza, automazione e serialità. Può diventare anche terreno di sperimentazione, linguaggio espressivo e, soprattutto, artigianalità. A raccontarlo sono stati Francesco Milanesio (Executive Creative Director), Riccardo Albertanzi (Creative Director) e Giulia Giordano (AI/Art director).
La parola chiave è quasi impronunciabile ma perfetta: “AIartigianalità”. Un concetto che unisce due mondi apparentemente opposti: da una parte la cura del dettaglio, la lentezza, il lavoro fatto a mano; dall’altra la velocità, la scalabilità, la potenza computazionale. Eppure, questi due universi possono incontrarsi. Ogni progetto è un laboratorio aperto: si impara provando, si cresce sbagliando. L’AI, in questo contesto, non è un automatismo ma un alleato creativo.
L’AI, in questa visione, non è un pulsante magico da premere, ma una nuova materia prima da modellare. Il compito del creativo è scegliere il modello giusto (non il più avanzato, ma il più adatto), forzare i limiti, mescolare prompt, dataset, UI, suoni, video, voce, finché quella materia grezza non prende forma.
Tre progetti, un solo metodo: sperimentare
Per mostrare cosa significhi davvero mettere “le mani” nell’intelligenza artificiale, il team di Triplesense ha condiviso tre casi concreti. Tre progetti molto diversi per contesto, obiettivi e risultati, ma legati da un filo comune: nessuno di essi sarebbe stato possibile senza un lavoro minuzioso, iterativo, spesso imperfetto e proprio per questo profondamente umano.
Quello che emerge, infatti, è: non affidarsi all’AI come a una bacchetta magica, ma usarla come uno strumento da modellare, rompere, forzare, migliorare. Come si farebbe con l’argilla, con il legno o con una tela.
Il primo esempio raccontato è un quadro parlante, realizzato per Biogen e presentato al congresso nazionale di neurologia. Un video generato con AI che fa parlare una versione digitale della Gioconda per oltre due minuti, dando voce al legame tra innovazione e visione leonardesca. Ma il lavoro è stato tutt’altro che lineare: modelli instabili, glitch visivi, volti che si deformavano. “Dopo un minuto sembrava uscita da Ghostbusters”, ha raccontato Albertanzi con ironia.
Dopo numerose prove, la soluzione è arrivata dall’unione tra digitale e fisico: cornice reale, pellicola opaca sopra lo schermo, luci ad hoc.
Il risultato? Un quadro che sembra un dipinto a olio ma che… ti guarda e parla. Proprio come in Harry Potter.

Il secondo progetto ha portato l’AI nel mondo automotive. Un assistente virtuale creato per BYD. Non un semplice chatbot, ma un interlocutore visivo e parlante, progettato per essere empatico, personalizzato e tecnologicamente avanzato. Il processo ha richiesto mesi di lavoro: dal character design, alla sintesi vocale generata ex novo per ottenere un tono realistico e fluido. Ogni dettaglio: voce, movimento, linguaggio, è stato curato artigianalmente, per rendere l’interazione il più umana possibile.
Infine, un progetto per il Reply AI Film Festival: un cortometraggio generato con AI, ispirato alla Smorfia napoletana. Un sogno surreale, generato con AI, in cui ogni numero prende vita visivamente e attraverso il suono.
Per restituire autenticità, il team ha lavorato con speaker madrelingua napoletani, ha riscritto manualmente dizioni e accenti.
Il risultato è un’opera generativa, ma dal cuore profondamente umano.

In tutti e tre i progetti, il filo rosso è chiaro: non si tratta di “chiedere all’AI cosa sa fare”, ma di chiederle cosa può imparare a fare insieme a noi. È nel processo collaborativo tra uomo e macchina che si genera qualcosa di unico, un nuovo spazio espressivo che richiede sensibilità, direzione, correzione, intuizione.
“L’AI da sola genera quantità. L’artigianato digitale trasforma quella quantità in unicità.”
Questa è la vera svolta: usare l’intelligenza artificiale non per sostituire l’umano, ma per aumentarne il potenziale. Non esiste un template fisso, non c’è una ricetta perfetta. Esiste solo il lavoro quotidiano, il confronto tra team, l’errore che si trasforma in insight, la tecnologia che diventa creta.
E in questo scenario in continua evoluzione, chi sa mettersi in gioco, testare e adattarsi con creatività, diventa non solo utilizzatore di AI, ma vero artigiano del digitale.
A cura di Rita Brigit Rodriguez Condori.

